Può davvero una superpotenza andare in crisi come un qualunque altro paese? C’è chi sostiene che il rischio sia solo una teoria. Ma qualcuno con un occhio esperto e una lunga carriera alle spalle racconta un’altra versione. Una visione meno rassicurante, certo, ma anche più ancorata alla realtà. E se a parlare non fosse uno qualunque, ma una delle voci più autorevoli nel campo del credito obbligazionario? Forse allora vale la pena fermarsi un attimo e ascoltare. Perché quello che si crede di sapere sul debito americano potrebbe non bastare. E c’è di più: alcune pagine dimenticate della storia riportano alla luce verità scomode.
C’è un’idea molto radicata, quasi scolpita nel marmo, secondo cui gli Stati Uniti siano economicamente indistruttibili. La convinzione che, emettendo debito pubblico nella propria valuta, possano sempre evitarne il fallimento, si è fatta largo nel dibattito finanziario moderno come un dogma.
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Ma ogni tanto arriva qualcuno a mettere in discussione questi assunti, con una calma inquietante e una mole di dati storici sotto braccio. Marty Fridson, uno dei massimi esperti americani in materia di credito e strategia obbligazionaria, è proprio quel tipo di figura. Le sue osservazioni hanno il tono misurato di chi non vuole lanciare allarmi gratuiti, ma nemmeno raccontare favole. E il messaggio è chiaro: la sicurezza assoluta è una fantasia.
Nel tempo, le crisi si ripetono, mutano forma, ma conservano lo stesso cuore fragile. E sebbene sia facile farsi cullare dall’illusione che certi paesi siano “troppo grandi per fallire”, un’analisi lucida dei fatti storici dimostra quanto questa certezza sia labile. Le sorprese, spesso, arrivano proprio da dove sembravano meno probabili. E nella narrazione epica della potenza economica americana, ci sono pagine che raramente vengono sfogliate.
Quando la fiducia ha vacillato davvero
Guardando indietro nel tempo, emergono episodi che raccontano una realtà molto più sfaccettata di quanto si pensi. L’idea che gli Stati Uniti abbiano sempre rispettato gli impegni sul proprio debito pubblico vacilla non appena si grattano via le patine ufficiali. Uno dei casi più emblematici risale al 1814, durante la guerra contro il Regno Unito: il Tesoro americano fu costretto a sospendere temporaneamente il pagamento degli interessi. Non un crollo totale, certo, ma un segnale inequivocabile di debolezza.
Situazioni analoghe si verificarono anche in momenti diversi, come nel 1862, quando vennero emessi i famosi “greenbacks”, moneta cartacea non convertibile che portò a una significativa svalutazione. I creditori vennero rimborsati con denaro che valeva molto meno di quello prestato. Un atto legale, ma che in sostanza fu una perdita imposta.
Ancora più eclatante fu il caso del 1933, durante la Grande Depressione, quando il presidente Roosevelt decise di annullare la clausola che garantiva il pagamento in oro. Una decisione che cambiò le regole del gioco a partita già iniziata. E anche se non venne mai etichettata ufficialmente come default, il significato per chi deteneva obbligazioni here statunitensi fu molto chiaro: il contratto non valeva più quanto stabilito.
E poi c’è stato il 1979. In apparenza un semplice incidente tecnico: un problema ai sistemi informatici causò un ritardo nei pagamenti. Ma quel piccolo inciampo lasciò una macchia nella reputazione di affidabilità che ancora oggi pesa nei confronti dei grandi investitori. Perché i mercati non dimenticano facilmente.
La credibilità è una moneta fragile: una volta intaccata, è difficile ricostruirla. E a rafforzare questo punto di vista non c’è solo Fridson. Anche Mohamed El-Erian, ex CEO di PIMCO e attuale Chief Economic Advisor di Allianz, ha più volte sottolineato come la stabilità del sistema finanziario globale dipenda sempre più da fattori politici. Secondo El-Erian, l’accumulo eccessivo di debito pubblico negli Stati Uniti rappresenta una minaccia a lungo termine che viene sistematicamente sottovalutata. Non tanto per la sostenibilità immediata, ma per la vulnerabilità crescente di fronte a shock esterni o scelte politiche errate.
Le opinioni che non fanno rumore (ma parlano forte)
Fridson non è l’unico a sollevare dubbi su una narrazione troppo lineare. Ray Dalio, fondatore di Bridgewater Associates, ha da tempo messo in guardia sull’eccesso di debito negli Stati Uniti. Per Dalio, si è entrati in una “fase finale del ciclo del debito”, in cui la combinazione tra alti deficit, tassi crescenti e crescente polarizzazione politica può diventare esplosiva. La sua analisi si basa su secoli di dati economici e cicli storici, e non fa sconti: anche le potenze egemoni finiscono per cadere, prima o poi, se non correggono la rotta.
Larry Summers, ex segretario al Tesoro e professore ad Harvard, ha espresso preoccupazioni simili. In più occasioni ha sottolineato che gli Stati Uniti stanno perdendo la loro “bussola fiscale”, lasciando che il debito cresca senza una visione strutturale. Il rischio, secondo lui, non è solo quello di un default formale, ma quello più subdolo di un’erosione lenta della fiducia nel dollaro come valuta di riserva globale.
E poi c’è Stanley Druckenmiller, investitore leggendario, che ha dichiarato apertamente di non voler più detenere titoli del Tesoro americano a lungo termine, definendoli troppo esposti alle incertezze politiche e monetarie. La sua scelta non è isolata: tra i grandi gestori patrimoniali, cresce la tendenza a diversificare lontano dagli asset governativi americani.
Queste opinioni, sebbene espresse con toni diversi, convergono tutte su un punto essenziale: la reputazione degli Stati Uniti come debitore affidabile non è più una certezza assoluta. È un capitale costruito nel tempo che, se mal gestito, può lentamente logorarsi. E, come ha detto El-Erian in un’intervista recente, “i mercati non puniscono finché non lo fanno. E quando lo fanno, lo fanno in modo brutale.”
Nel frattempo, mentre la politica americana si impantana in battaglie ideologiche, il debito federale cresce. E cresce anche il numero di osservatori disposti a chiedersi se davvero l’economia più potente del mondo sia al riparo da ogni rischio. La fiducia è una questione di percezione, e il passato ha dimostrato che basta poco per incrinarla.