Cosa unisce una multinazionale italiana dell’energia e un colosso americano in un momento storico in cui ogni decisione aziendale può cambiare gli equilibri mondiali? Dal cuore dell’Europa fino agli oceani della Guyana, le strategie si incrociano tra investimenti miliardari, transizione energetica e colpi di scena legali. Una sfida fatta di scelte coraggiose, alleanze globali e sguardi puntati su un futuro ancora tutto da scrivere. La chiave per capire cosa sta succedendo? Seguire da vicino i movimenti di ENI e Chevron, due giganti che non stanno a guardare.
Una pioggia sottile bagnava le strade di Londra il giorno in cui è stato firmato uno degli accordi più chiacchierati del settore energetico. Pochi titoli sui giornali, ma nei corridoi delle grandi banche d’affari il rumore era fortissimo. Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, in un angolo del Sud-est asiatico, si firmava un’altra intesa che avrebbe potuto cambiare gli equilibri energetici regionali. Ecco come, silenziosamente, ENI e Chevron hanno tracciato nuove rotte nel panorama globale, facendo parlare di sé per motivi tutt’altro che banali.
Non è più tempo di mosse timide. In un mondo dove la pressione verso un’energia più pulita cresce ogni giorno, ma dove la domanda di petrolio e gas continua a spingere in senso opposto, le decisioni strategiche si fanno più complesse. Ogni mossa ha un prezzo e ogni scelta ha un peso politico, ambientale e finanziario. E chi sbaglia rischia di finire sotto i riflettori, spesso non per meriti. In mezzo a tutto questo, ENI e Chevron stanno tentando qualcosa di raro: cambiare pelle senza perdere potere.
ENI: equilibrio tra crescita e nuove sfide
ENI ha scelto un percorso audace, cercando di tenere insieme i numeri da record e una narrazione più “verde” del suo modello industriale. A marzo 2025, gli analisti delle principali banche internazionali hanno confermato un certo ottimismo nei confronti del titolo. RBC Capital ha ribadito il rating positivo, fissando il target a 18 euro. Non si tratta solo di fiducia nei numeri, ma anche nella capacità del gruppo di affrontare transizioni complesse. A dare manforte a questa visione, anche Obermatt, che ha posizionato ENI tra le realtà più interessanti nel comparto Oil & Gas.
Le mosse operative non sono mancate. Il progetto di carbon capture nella Liverpool Bay è un tassello centrale della nuova immagine dell’azienda: un’iniziativa sostenuta da fondi pubblici britannici che rafforza la presenza nel Regno Unito, puntando sulla decarbonizzazione. Ma non è tutto: ENI ha saputo muoversi anche in Asia, stringendo un accordo con Petronas per l’esplorazione e produzione di gas tra Malesia e Indonesia, aprendo scenari produttivi ambiziosi.
Nel frattempo, in Congo è stato acceso il primo agri-hub per la produzione di bio-olio, un passo concreto verso la trasformazione energetica basata su carburanti alternativi. Numeri solidi accompagnano queste scelte: nel primo trimestre del 2025, l’utile netto è cresciuto del 60%, mentre il flusso di cassa ha superato i 3,4 miliardi. Il programma di buy-back ha visto il riacquisto di oltre 4 milioni di azioni, e la leva finanziaria è in discesa verso un 12% più che gestibile.
Ma non tutto fila liscio. Accuse di cause SLAPP contro attivisti e giornalisti hanno sollevato più di un dubbio sull’approccio alla trasparenza. Inoltre, documenti interni trapelati confermano l’attività di fornitura di gas russo verso la Turchia, anche dopo la sospensione dei flussi europei. Una questione che ha acceso interrogativi etici e politici, mettendo alla prova la reputazione internazionale del gruppo.
Chevron tra ristrutturazioni e scommesse globali
Per Chevron, il 2025 è un anno di snodi decisivi. Il giudizio degli analisti si è fatto più cauto: su 19 esperti seguiti da MarketBeat, solo 8 suggeriscono l’acquisto, con altri orientati al mantenimento o persino alla vendita. Il prezzo dell’azione oscilla attorno ai 148 dollari, lontano dal target stimato tra i 160 e i 164. La cautela nasce anche da una ristrutturazione imponente: entro fine 2026 verranno tagliati fino al 20% dei posti di lavoro, con la chiusura di sedi storiche come quella di Aberdeen.
Questa razionalizzazione arriva mentre Chevron tenta una mossa colossale: l’acquisizione di Hess Corporation, operazione da 53 miliardi che aprirebbe le porte del blocco Stabroek in Guyana. Un territorio prolifico ma non privo di ostacoli legali. Il nodo è una disputa arbitrale che potrebbe bloccare tutto, a meno che la Corte internazionale non autorizzi l’operazione senza il consenso dei soci attuali.
Nel frattempo, Chevron non rimane ferma. Entra nel mercato del litio statunitense, posizionandosi su una risorsa chiave per la mobilità elettrica e le batterie del futuro. Anche il progetto Ballymore, nel Golfo del Messico, promette bene: si punta a 300.000 barili al giorno entro due anni. Tuttavia, la compagnia affronta anche una grana giudiziaria che ha attirato l’interesse della Corte Suprema USA: un caso ambientale in Louisiana che potrebbe avere effetti a catena sul settore.
E poi c’è il Venezuela. Un ritorno in scena possibile, grazie alla proroga della licenza concessa da Washington. Un segnale che potrebbe riaprire una partita geopolitica delicatissima, ma anche molto redditizia per chi saprà giocarla con cautela. In questo intricato gioco globale, Chevron alterna cautela e ambizione, cercando di restare rilevante in uno scenario che cambia più in fretta del previsto.